Orange Is The New Black: l'emozionante addio agrodolce

lunedì 29 luglio 2019 di Chiara Bazzurri Serie TV, Netflix Originals, Orange Is the New Black
Immagine tratta da Orange Is The New Black: l'emozionante addio agrodolce
Il momento dell'addio è arrivato: dopo sette stagioni "Orange Is The New Black" ci saluta con un'ultima stagione emozionante, avvincente, ironica ma al tempo stesso straziante. Un tributo ai suoi personaggi e all'intera serie, con un finale dal sapore agrodolce, ma che chiude al meglio.

Era il 2013 quando Netflix rilasciò la prima stagione di Orange Is The New Black e nessuno sapeva e soprattutto sperava, nell'incredibile successo che avrebbe avuto nel corso degli anni a venire. Acclamato dalla critica, amato dal pubblico,grazie all'unicità dei suoi contenuti e alla loro narrazione, la serie creata da Jenji Kohan è diventata molto più di una semplice serie TV:

"Un colore che ci ha uniti. Un colore che ha ispirato cambiamenti. Un colore che è diventato un movimento. Un colore che ha dato speranza. Un colore che vivrà per sempre."

Così recita infatti il trailer della settima stagione di OITNB, una serie che è riuscita ad evolversi da comedy a drama (così come dimostrano le nomination ad Emmy e altri premi) nel corso delle stagioni, mantenendo però sempre una giusta dose di entrambe. Una serie di denuncia, senza peli sulla lingua, sfrontata, che ha portato alla ribalta un'attrice transessuale, un incredibile e talentuoso cast multietnico, una serie che ha fatto delle diversità il suo punto di forza. Una volta abituati a questa nuova "abitudine" alla diversità - scusate il gioco di parole- però sembra che ci si sia dimenticati di dare ad Orange i suoi dovuti meriti e riconoscimenti, nonostante resti uno degli show di punta di Netflix.
Il Time l'ha dichiarata proprio nei giorni scorsi "La Serie TV più importante dell'ultima decade" (si, non Game of Thrones, ma Orange!) e proprio questa settima e ultima stagione sta raccogliendo già i plausi della critica e probabilmente potremo rivederla in corsa agli Emmy del 2020.
Certo, trovare un finale adeguato, degno e accettabile per Orange Is The New Black non era cosa per nulla facile: i numerosi personaggi, le loro storie, intrecciare il tutto con i forti temi di denuncia da affrontare...no, non era per nulla facile!

La stagione riprende dopo l'uscita di Piper (Taylor Schilling), che deve affrontare con non poche difficoltà il dover reintegrarsi nel mondo esterno, e al tempo stesso vive un difficile rapporto a distanza con Alex (Laura Prepon), anch'essa alle prese con una vita non facile dietro le sbarre.
C'è poi Taystee (Danielle Brooks) che dopo l'ingiustizia della condanna subita, si trasforma totalmente in un'altra persona: cupa, arrabbiata e stanca di vivere. Nicky (Natasha Lyonne) cerca di tenere in piedi Red (Kate Mulgrew) e Lorna (Yael Stone), proteggendole da loro stesse e da quello che la prigione ha provocato in loro. Suzanne (Uzo Aduba) e Pennsatucky (Taryn Manning) sono diventate oramai amiche che si supportanto a vicenda, vivendo in armonia.

Fra i temi socio-politici trattati c'è quello del #MeToo, anche se il focus principale riguarda il tema dell'immigrazione. Mostrato nei suoi aspetti più crudi con nuove storie e nuovi personaggi, vediamo quello che avviene nei centri gestiti dall'ICE (Immigration and Customs Enforcement), dove ritroviamo due personaggi amatissimi: Blanca e Maritza che si confrontano e subiscono sulla loro stessa pelle la disumanità che l'amministrazione Trump ha avviato contro gli immigrati. Se Orange ci aveva abituati nel denunciare gli abusi del sistema, delle guardie verso le detenute, nella settima stagione assistiamo all'ulteriore denuncia della disparità fuori anche oltre le sbarre: inequità salariale delle donne e l'ulteriore discriminazione fra donne bianche e di colore.

Come detto, la settima stagione si può percepire molto come tributo alla serie stessa grazie a numerose citazioni, riferimenti e brevi flashback, ma soprattutto assistiamo al ritorno di una carrellata di vecchi personaggi. Un po' al limite del fanservice, gli autori hanno cercato di "rimediare" alla piazza pulita fatta nella stagione precedente, nella quale la maggior parte dei personaggi erano "spariti" a causa dello smistamento post-rivolta.
Grande ritorno anche per la mitica gallina che avevamo visto nella prima stagione. Ma se, inizialmente la gallina era simbolo di libertà, ora la ritroviamo intrappolata, incolpata di una cosa orribile di cui in realtà non ha colpa, un risvolto della medaglia in linea con l'evoluzione della storia. Ogni personaggio ha un suo spazio narrativo, i flashback sono brevi, dando così lo spazio necessario a tutti, senza predominare e senza il rischio di annoiare troppo lo spettatore.

Non siamo davanti ad una stagione "perfetta" ed impeccabile, no, ma comunque il risultato finale è di ottimo livello grazie soprattutto alle interpretazioni del cast, in grado di dare il meglio, una visceralità fra le più sentite, una rappresentazione che riesce a scavare nel profondo dei loro personaggi.
Diversi personaggi amati compaiono in modo marginale, ma nonostante questo, alcuni brillano e sorprendono come Blanca (Laura Gómez), Fig (Alysia Reiner), Maritza (Diane Guerrero) e Tamika (Susan Heyward) che accrescono la loro importanza ed emozionano, sia che si trovino in una cella oppure dietro una scrivania.
Scontato esaltare un'incredibile Danielle Brooks che spicca con il profondo tormento della sua Taystee, così come è scontato elogiare Uzo Aduba che, brilla come sempre, anche se a tratti più in sordina, ricordandoci però il perché abbia già vinto due Emmy per il personaggio di Suzanne. Doppia sfida, ben riuscita, per Laura Prepon e Natasha Lyonne che, oltre nel risaltare le difficoltà emotive di Alex e Nicky e i loro tormenti, si cimentano anche nella regia di un episodio ciascuna.
Le vere punte di diamante che però emergono sono Taryn Manning che porta Pennsatucky all'epilogo della sua evoluzione da personaggio odioso a uno dei preferiti, esaltandone la fragilità e un'incredibile Yael Stone mostra magistralmente il totale declino psicologico di Lorna.
E poi, ovviamente, c'è quel talento di Taylor Schilling che lascia la sua Piper nel migliore dei modi, con il giusto mix di ironia, disperazione, forza e tormento, come solo lei sa fare.


Orange Is The New Black non poteva avere UN finale, perchè Orange è l'insieme di tante storie, di tanti personaggi, ognuno dei quali doveva avere la sua conclusione. Certo, non potevamo neanche aspettarci o pretendere un happy ending, oh no, non sarebbe stata una cosa da Orange. Con gli ultimi due episodi con un fortissimo concentrato emotivo di felicità e tristezza pura, arriviamo all'epilogo dei personaggi e delle loro storie. Un epilogo che alla fine risulta essere giusto, non banale e scontato, degno capolinea del percorso che i personaggi hanno compiuto nel corso della serie.

Orange Is The New Black è abbastanza introspettivo da capire che non tutti possono avere un lieto fine e infatti il finale ci insegna come la vita sia ingiusta, cattiva e dura, ma che a volte, anche in una situazione negativa si può trovare il lato positivo, aggrappandosi a questo e lottare per qualcosa. Ci insegna la pazienza, la forza dei legami e dei rapporti.

Orange Is The New Black e la sua eredità rimarranno per sempre nei nostri cuori.

Foto di Chiara Bazzurri Chiara Bazzurri Social Media Manager / Editor

Appassionata di cucina e viaggiatrice cronica irrecuperabile. Amante degli animali (conta tre adozioni del cuore: due cani ed un gatto), dei libri, del cinema e di tutto ciò che riguarda la storia e la cultura Britannica con un fanatismo particolare per la Monarchia. Quando la vita reale la stufa, si abbandono alla serie TV delle quali è ormai dipendente.

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