Il documentario rilasciato in questi giorni su Netflix, Saving Banksy (regia di Colin Day) è un invito a riflettere sul rapporto tra il messaggio sociale della street art e la sua progressiva e costante mercificazione.

Il documentario prende spunto dalle opere dell'autore Banksy, street artist dall'identità ignota (anche se non mancano diverse teorie in merito). Siamo nel 2014, l'intento iniziale del doc era quello di soffermarsi sulle opere che comparivano di giorno in giorno sui muri della città e vedere le reazioni che scatenavano, ma durante la lavorazione è accaduto qualcosa di inaspettato.

All'epoca, la città di San Francisco aveva una legislazione durissima contro i graffiti: si prevedeva che il proprietario dell'immobile “vandalizzato” dovesse provvedere alla rimozione del graffito a sue spese, pena una serie di multe salatissime. In molti si sono affrettati quindi a cancellare le opere di Banksy dai muri, mentre altre sono state sovrascritte da tag o altri disegni. Restava sul muro solo un'opera, destinata a diventare per altro tra quelle più iconiche: il “ratto socialista”.

 

Brian Greif, un collezionista d'arte, manifesta l'intenzione di staccare (legalmente) il dipinto dal muro prima che la proprietaria dell'immobile decida di rimuoverlo o prima che venga danneggiato, con lo scopo di esporre l'opera in un museo. Da qui partono una serie di riflessioni che coinvolgono diversi street artist intervistati per il documentario (principalmente l'amico di Baknsy, Ben Eine): un'opera che viene dipinta per stare su un muro può essere staccata? Se la street art è pensata di per sé per essere un elemento temporaneo e soprattutto a disposizione delle comunità che la vivono quotidianamente (e gratuitamente), qual è il senso di quest'operazione? D'altro canto, Greif controbatte che la bellezza delle opere deve essere salvaguardata e la street art in generale, ripensata per non essere più temporanea.

L'arte di strada non nasce certamente con l'intento di finire esposta nei musei, e secondo molti (tra cui lo stesso Banksy) sarebbe anche auspicabile che non lo fosse. D'altra parte, se un'opera viene pitturata su un muro di una città probabilmente è quello il posto dove deve stare, il posto a cui artisticamente appartiene. Senza contare che spesso il messaggio di critica sociale ha un senso e un impatto solo se collocato (illegalmente) in un punto, un altro senso se messo in un museo.

Greif ha fatto togliere con successo il ratto dal muro, ma non ha trovato nessun museo disposto ad ospitarlo e così l'opera è rimasta chiusa nel suo armadio, smontata, per due anni. Il problema per i musei è che l'artista deve autorizzare a autenticare l'opera (cosa che per ovvie ragioni Banksy non può fare, altrimenti correrebbe anche il rischio di essere arrestato oltre a dover rivelare la sua identità).

Altri collezionisti privati, però, non si sono fatti gli stessi scrupoli: Stephan Kaszler si è ad esempio specializzato nella rimozione dei Banksy, facendone un vero e proprio business, e rivendendo le opere staccate dai muri per milioni di dollari. Naturalmente senza il consenso di Banksy e senza che questi ne guadagnasse un solo centesimo. Siamo al rovesciamento completo del messaggio della street art: da opere temporanee con messaggi sociali destinati alla comunità locale, a opere da esporre nel salone di casa di qualche multimilionario, il quale probabilmente non coglie il paradosso nell'esporre messaggi estremamente anti-capitalisti. La vetta del surrealismo si raggiunge quando Kaszler fa tirare giù un'opera di Banksy a Gaza, quella della bambina che perquisisce il poliziotto, e la rivende negli Usa per centinaia di migliaia di dollari. Naturalmente Kaszler non tarda a mettere gli occhi sul ratto socialista, innescando un tira e molla con Greif.

 

Per vedere come è andata a finire con il ratto vi consigliamo di vedere il documentario. Il punto qui però è un altro, e lo vediamo anche in Italia, nel nostro piccolo. Cosa succede alla street art quando si cerca dare un patrocinio istituzionale? Il tema è sempre quello della mercificazione, in fondo. Ne sa qualcosa l'artista italiano Blu, il quale dopo che le opere da lui dipinte a Bologna sono state staccate per finire nei musei ha espresso il suo sdegno cancellando tutte le opere nella città. Nello stesso periodo a Roma una mostra su Banksy ha riscosso un grandissimo successo di pubblico, eppure la contraddizione di dover pagare per entrare a vedere delle foto di opere che dovrebbero restare sulla strada (gratuitamente) è lampante.

 

 

Questa volontà di imporre un patrocinio culturale (pubblico o privato) sulla street art si sta peraltro sempre più scontrando con la censura, perché evidentemente alcuni messaggi non sono istituzionalmente digeribili: ad esempio l'opera di Blu a San Basilio consisteva in un murales sulla facciata di un palazzo, omaggio a Fabrizio Ceruso, 19enne di Tivoli deceduto nel 1974 in seguito agli scontri con la polizia nell'ambito degli scontri per il diritto alla casa. Il murales, autorizzato, raffigurava le forze dell'ordine in divisa con le sembianze di maiali, e nel giro di un paio di giorni la municipale è intervenuta per rimuoverlo

 

Il bello dell'arte di strada è invece che non è censurabile: non nasce per riqualificare quartieri, nasce come spazio per diffondere una certa tipologia di messaggi, spesso di fortissima critica sociale. Nasce come voce per chi non può esprimersi e trova un modo per farlo solo sui muri delle città. Può essere bella, discutibile o di dubbio gusto, ma è per sua natura temporanea e non imbrigliabile in collezioni private o pubbliche, né può essere piegata ai desideri dell'ordine pubblico che si scontrano con limitazioni alla libertà di espressione artistica. E' anche il messaggio dei molti street artist intervistati per Saving Banksy: un'opera di street art ha senso in un posto e in un contesto, e se è fatta per restare in un sobborgo di periferia su un muro di tre tonnellate forse è quello il posto dove deve restare.