Guardiani della Galassia Vol. 2: il punto più alto del Marvel Cinematic Universe

sabato 12 gennaio 2019 di Bruno Manfredi Film, Marvel, Guardiani della Galassia Vol. 2, Guardiani della Galassia
Immagine tratta da Guardiani della Galassia Vol. 2: il punto più alto del Marvel Cinematic Universe
Dopo il primo capitolo arriva su Netflix anche Guardiani della Galassia Vol.2. Divertente, nostalgico, ricco d'azione e non privo di una certa drammaticità, oggi scopriremo il motivo per cui il film di James Gunn è il più autoriale tra i prodotti Marvel, nonchè uno dei migliori nella sua categoria.

Inaspettato. Questo è probabilmente il termine più adatto per descrivere il successo che ottenne il primo film de I Guardiani della Galassia, uscito nell’ormai lontano 2014, due anni dopo il clamoroso trionfo di critica e pubblico che rappresentò The Avengers (2012). Inaspettato perché arrivò in un momento storico del Marvel Cinematic Universe caratterizzato dal proseguimento delle avventure dei personaggi presentati nei primi film, e, soprattutto, perché il materiale fumettistico di provenienza non aveva certamente lo stesso appeal di opere come Iron Man o Captain America. A ciò si unì anche un cast di attori si famosi e acclamati, ma non dalla stessa portata mediatica che poteva vantare all'epoca un Robert Downey Jr, e la presenza in cabina di regia di un esponente della Troma - casa di produzione indipendente famosa per film provocatori e dissacranti – che fu ritenuto da molti non compatibile con lo stile politically correct di casa Marvel/Disney.

Mai pregiudizi su un film si rivelarono più sbagliati. I potenziali punti deboli della pellicola si trasformarono rapidamente in elementi di forza: la regia di James Gunn, dinamica ma sempre pulita, si coniugò perfettamente con la direzione artistica e la sceneggiatura – di cui Gunn fu co-autore insieme a Nicole Perlman – riuscendo a plasmare una piccola space opera intrisa di elementi vintage perfettamente collocati nel quadro generale del film (senza mai sfociare in un facile o troppo abusato effetto nostalgia), ricercatezza estetica e una straordinaria caratterizzazione dei personaggi.

Nel 2017 è poi arrivato il turno del secondo capitolo della saga – o meglio il secondo volume – che ha ripreso tutto ciò che avevamo ammirato nel primo film per provare a raccontare una nuova storia.

ATTENZIONE: DURANTE IL PROSEGUIMENTO DELLA LETTURA POTREBBERO ESSERE PRESENTI ALCUNI SPOILER

I guardiani colpiscono ancora

Guardiani della Galassia Vol. 2 mostra la naturale evoluzione del gruppo dei protagonisti dopo gli eventi narrati nel primo film. Star-Lord/Peter Quill, Gamora, Drax, Rocket e Groot non sono più degli individui a sé stanti, bensì un gruppo unito e affiatato che agisce (e agirà) più come una famiglia intergalattica che come una squadra assemblata per delle missioni spaziali. Dopo un pirotecnico scontro iniziale contro un gigantesco mostro alieno, gli improbabili eroi giungeranno sul pianeta Berhert dove faranno la conoscenza di un individuo, Ego, che, dopo averli aiutati, darà loro una notizia inaspettata: è il padre di Peter.
Da questo punto in avanti la trama del film prenderà un’interessante biforcazione. Una parte del gruppo composta da Rocket, Groot e una rediviva Nebula rimarrà su Behert, mentre Peter, Gamora e Drax partiranno insieme a Ego alla volta del pianeta di origine di quest’ultimo. Le sorprese, neanche a dirlo, saranno dietro l’angolo.

Una strada parallela ma fedele all’originale

L’impressione che si ha guardando questo secondo volume è quella di assistere a una sterzata che porta il film non solo a dividersi letteralmente nella trama, ma anche come opera in sé rapportata al primo capitolo della saga. Viene imboccata una strada parallela che viaggia di pari passo con l’essenza visiva e strutturale del primo film, ma in una forma decisamente diversa, con un respiro meno ampio, probabilmente anche con meno freschezza, ma forte di un centro di gravità degli eventi che spinge il nucleo del film a riflettersi non più verso l’esterno, bensì all’interno di una dimensione intimistica dove i protagonisti riescono a uscirne fuori addirittura migliorati da un punto di vista narrativo.
Dimensione intimistica che, dopo le primissime sequenze, poteva sembrare solo un miraggio a causa anche dei dialoghi che ricercavano affannosamente la gag demenziale, quasi a voler sottolineare il carattere sopra le righe ereditato dal primo film. Una potenziale esagerazione che invece non si è mai completamente sviluppata, con i dialoghi che sono rientrati quasi subito in un contesto e in una forma molto più consona alla sagacia della pellicola precedente. Sempre in tema di dialoghi, il peso della scrittura è ricaduto maggiormente sul personaggio di Drax – interpretato da un Dave Bautista sempre più eccezionale nel ruolo di caratterista – che assolve egregiamente al compito, accompagnato spesso dalla gradita new entry Mantis. Non è mancato, ovviamente, lo spazio concesso a Rocket, e le sequenze con protagonista Groot – questa volta in versione baby – vero e proprio icona rappresentativa del gruppo e dell’intero film.

Una certezza chiamata James Gunn e la direzione artistica

Se Guardiani della Galassia Vol. 2 si è aperto a uno sviluppo del ritmo più orizzontale che ha prodotto di conseguenza una chiara ambivalenza di preferenze con il proprio predecessore, tale discrepanza di scelte non si è presentata invece dinnanzi al lavoro in regia svolto da James Gunn. L’ormai ex regista della saga ha infatti confermato tutta la propensione nel trovarsi a proprio agio con l’opera di cui è stato anche sceneggiatore, non perdendosi mai in un’inquadratura di troppo o in esercizi di stile. Alcune sequenze presenti in Guardiani della Galassia Vol. 2 rimarranno sicuramente tra le migliori mai viste in un film del Marvel Cinematic Universe. Tra le tante spicca la magnifica sequenza che vede protagonisti Rocket e Yondu durante il tentativo di fuga dall’astronave dei Ravager.
Ma non è solo la regia di Gunn a emergere. Tutto il comparto artistico contribuisce a rendere Guardiani della galassia 2 uno delle opere più autoriali all’interno dei cinecomic moderni. L’utilizzo dei colori, la fotografia e gli effetti speciali riescono a dare vita a un universo vivo ed esteticamente organico, mostrando degli scenari dalla resa visiva sopra la media. Un complesso scenico generale, quindi, che non perde di efficacia rispetto al primo capitolo e si pone come punto di riferimento per tutti gli altri film del MCU, e non solo, desiderosi di trasportare le proprie avventure al di fuori del pianeta Terra.

La dialettica padre-figlio, il ritorno alle origini e il sacrificio come elemento di rinascita

Questo secondo film dedicato ai guardiani paga pegno, nei confronti del predecessore, soprattutto su due elementi: l’effetto novità e il ritmo.
È innegabile come non si senta quella sensazione di freschezza e stupore che caratterizzò il primo film. Così come il ritmo che non raggiunge le vette elettrizzanti della prima pellicola, ma sembra invece ridurre il proprio raggio d’azione per focalizzare l’attenzione sulle dinamiche interpersonali, mettendo per un attimo in pausa l’elegante frastuono visivo a cui eravamo stati piacevolmente abituati con il capitolo precedente.
L’assenza di un ritmo elevato viene però compensata da quello che è il tema cardine del film ovvero la dicotomia padre-figlio, elemento d’indagine narrativa che altri non è se non una sovrastruttura della più complessa – e drammatica – questione del ritorno alle origini.

Questa dinamica nel film si manifesta a primo impatto nel confronto tra Peter ed Ego, con il personaggio interpretato da Chris Pratt che deve fare i conti con il proprio desiderio di stabilità identitaria, più che per un vero trasporto affettivo. La necessità di sentire e riscoprire le radici su cui poter dare un senso alla propria esistenza rischiano di distruggere la condizione strutturale che era stata il presupposto più significativo del primo film: un gruppo di persone sconfitte dalla vita ma unite da un legame che va oltre il retaggio culturale o di sangue. Una vera e propria famiglia.
Ma quello tra Peter e suo padre è solo uno dei tanti scontri che avvengono simultaneamente. Della stessa importanza e dall’estetica forse addirittura superiore e il dualismo, l’ennesimo, tra Gamora e sua sorella Nebula. Un rapporto influenzato dalle scelte indirette del padre Thanos - anche questa volta il conflitto padre/figlio agisce da motore immobile – che ha portato il confronto tra le due sorelle a raggiungere un punto talmente critico da richiedere a entrambe, soprattutto a Nebula, la forza per poterlo sacrificare in nome di qualcosa di più persistente. Così il vecchio rapporto brucia via sia simbolicamente e sia letteralmente, grazie a una magnifica sequenza che immortala un muro di fiamme ergersi dietro di loro.
Ai problematici conflitti riguardanti Peter e Gamora si uniranno anche quelli degli altri personaggi consapevoli, direttamente o indirettamente, dell’imminente processo di cambiamento che saranno chiamati ad affrontare. Dall’irriverente Rocket al testardo Yondu, passando - seppure in minima parte - dalle semplici comparse come Stakar Ogord, il personaggio interpretato da Sylvester Stallone. Nessuno in Guardiani della Galassia Vol.2 potrà sottrarsi al lacerante confronto con sé stesso. E questo è forse il motivo principale per cui lo troviamo all’apice del Marvel Cinematic Universe.

Migliore del primo film?

Guardiani della Galassia Vol.2 rappresenta il seguito ideale che si dovrebbe vedere in ogni saga cinematografica. Mantiene intatto lo spirito originale del primo capitolo, ma allo stesso tempo riesce a intraprendere una strada diversa capace di sacrificare parte di uno dei fattori che ne decretò il successo – il ritmo – per indagare e allo stesso tempo evolvere le dinamiche emotive dei personaggi sia in quanto individui sia in quanto componenti di un gruppo sociale. Tutto ciò colloca Guardiani della Galassia Vol.2 allo stesso livello - e a tratti anche leggermente superiore - del primo esplosivo capitolo, andando a formare, insieme a quest’ultimo, un granitico corpus audiovisivo che non conosce rivali all'interno del MCU e forse una delle migliori space opera degli ultimi anni.

Foto di Bruno Manfredi Bruno Manfredi Editor

Privo di qualsiasi forma di talento si è ritrovato suo malgrado fagocitato da tutto ciò che la cultura pop anni 80 e 90 ha avuto da offrirgli. Innamorato (ma giustamente non ricambiato) di Cinema, Filosofia, Fotografia, Videogame, Serie Tv e – ogni tanto – di qualche fumetto, da quando ha scoperto Netflix ha completamente azzerato il suo contatore sociale. Almeno una volta al mese sente il bisogno fisiologico di rivedere Jurassic Park.

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