BoJack Horseman non gioca tra realtà e finzione, ma tra realtà e ruolo

martedì 2 ottobre 2018 di Paolo Bruini Serie TV, BoJack Horseman
Immagine tratta da BoJack Horseman non gioca tra realtà e finzione, ma tra realtà e ruolo
La 5 stagione di Bojack Horseman torna a sorprendere con le sue idee e la profondità dei suoi personaggi, arrivando addirittura a criticarsi in modo tutto suo.

La quinta stagione di Bojack Horseman offre la soluzione per non incartarsi tra le mille sfaccettature ed il fascino dei suoi personaggi. Sembra che la serie stessa e i suoi creatori siano consapevoli di aver dato vita ad un carattere molto affascinante: il dannato antieroe esistenzialista racchiuso nel cavallo, vittima di alcolismo e fumo che prova a migliorare la propria vita per tornare sempre a prendere la strada sbagliata. Sta innescando un processo di catarsi molto forte col suo pubblico: dall’adolescenza in avanti il personaggio di Bojack diventa oggetto di identificazione, è colui che ha tutto ma sente di non avere niente, l’eterno insoddisfatto che sta infelice tra tutti i suoi successi. Questo potrebbe sembrare un ottimo risultato per una serie, ma da alcuni piani di lettura pare che non fosse ciò che la serie volesse ottenere, cerco di spiegarvi perché.

La quinta stagione regge la sua trama su una serie che Bojack sta girando chiamata “Philbert”, nel corso degli episodi, l’immedesimazione del personaggio Bojack nel suo personaggio John Philbert, porterà ad una fitta confusione dei piani di realtà, il protagonista comincerà a credersi Philbert, specie a causa dell’abuso di alcuni farmaci. Bojack non capirà più chi è, fonderà la sua finzione con la realtà sino a diventare quella finzione; a questo personaggio che diventa il suo personaggio si unisce la critica di Diane, amica e co-autrice della serie che, durante un litigio col cavallo, stupita dal successo dello show, giudicherà “Philbert” come un lavoro disgustoso. Secondo Diane infatti la serie non doveva diventare un modo per autogiustificare una certa condotta di vita, un modo per accettare le proprio “schifezze” e portarle al mondo con un semplice “io sono fatto così”. La serie, per Diane, doveva far ragionare le persone e portarle a riflettere sulla propria condizione, sperando che in loro si innescasse la necessità di iniziare un percorso personale in risalita. La serie nella serie, attraverso un processo vecchio come il mondo che si chiama “metacinema”, parla di sé, parla della serie stessa e di come il pubblico si stia approcciando a Bojack come solo oggetto di mimesi e catarsi. La popolarità e il carisma del personaggio hanno distolto gli occhi del pubblico dal suo mandato e dai significati che porta con sé, di questo gli autori se ne sono accorti.

Bojack Horseman, la quinta stagione

Così il cavallo è stato appiattito dalla cultura pop, che cerca idoli in cui immedesimarsi e legittimare la propria etica e le proprie scelte, laddove Bojack cerca di portare esattamente il contrario. La stessa cultura pop subisce infatti un affondo ai primi episodi, quando Diane la spiega a Bojack tramite un grafico confuso, nei quali mostra come il pensiero di massa possa assumere facilmente messaggi profondi dotati di una marcata posizione ideologica (nell’esempio del femminismo) e trasformali in un’abitudine, una cosa che succede e basta, con la quale convivere e anche se tutti la accettano non cambia nulla di fatto.

Un ultimo stupefacente risultato di questa nuova stagione di BoJack Horseman, assolutamente da segnalare, è l’episodio dei funerali della madre di Bojack. Un intero episodio corrisponde ad un monologo del protagonista, dove racconta e ricorda chi fosse la tanto odiata madre per lui. Il profondo dolore del personaggio da fiato a tutte le sue corde per quella che fu la svolta decisiva di una vita intera, ovvero il “bisogno di essere visto”: Bojack sognava da bambino gli sguardi e le attenzioni di una madre assente e cinica, sempre pronta ad ignorarlo o sminuirlo. Così è nato l’attore, colui che per eccellenza necessita lo sguardo e, contagiato dalla paura d’innanzi al letto di morte della madre, deve dare significato a tutto, specie a quell’ultima frase “io ti vedo”. Il rapporto col suo dramma si acuisce all’apice, che forse riflette molto anche del nostro dramma, l’universale necessità di essere presenza viva per qualcun’altro.

La scena del funerale della mamma di Bojack nella quinta stagione di Bojack Horseman

Quello di Bojack allora, davanti al confondersi tra sé e il suo personaggio, non è un ragionamento tra realtà e finzione, ma tra realtà e ruolo. Bojack ha bisogno di quel ruolo, di una parte che sappia cosa fare e dove andare: Horsin' Around (la serie che lo rese famoso in età giovanile), come dopo con Philbert, gli hanno dato il modo di sentirsi coinvolto e stupito davanti alla realtà e di vivere pienamente uno scopo e un ruolo, anche se inventato da qualcuno. Per questo motivo rifugiarsi in quel personaggio ha più senso per lui, perché il personaggio ha una direzione, quello che sta sul copione è sul copione, la vita reale invece ha sempre aperte mille strade diverse. Bojack è cresciuto tra le violenze psicologiche dei suoi genitori, nell’anaffettività e nel dolore: la televisione, come lui dice, gli ha insegnato il bene, gli ha insegnato che alla fine in tutti c’è quel momento finale in cui c’è del buono, anche dall’ultimo dei nemici da cui ce lo si aspetta. Lui ha atteso un lieto fine, sta lì in attesa insieme a noi.

Foto di Paolo Bruini Paolo Bruini Editor

Laurea in Lettere Moderne conseguita a Bologna, appassionato di poesia, teatro e letteratura. Passa il suo tempo a scribacchiare cose qua e là, mettendo le mani in pasta a mille idee. Ama la musica vecchia e i felini, specie se voluminosi. Il suo obiettivo è partorire e fornire spunti di riflessione su qualsiasi contenuto Netflix gli capiti davanti.